Hibakujumoku: i semi degli alberi sopravvissuti all’atomica ora germogliano in tutto il mondo

Un simbolo di speranza e resilienza.

Gli Hibakujumoku, gli alberi che hanno resistito alle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki, stanno mettendo radici in diverse città del mondo lanciando un messaggio di pace contro ogni minaccia nucleare

Un piccolo seme può custodire la memoria dell’intera umanità. È questa l’immagine potente che emerge dalla donazione di semi di Hibakujumoku, gli alberi sopravvissuti al bombardamento atomico del 1945, all’Università di Oslo. Una cerimonia che si è tenuta in un clima carico di speranza e commozione, proprio nei giorni in cui la capitale norvegese ha consegnato il Premio Nobel per la Pace alla Nihon Hidankyo, l’associazione giapponese dei sopravvissuti alla bomba atomica (noti come Hibakusha). Il riconoscimento, celebrato ieri nel corso di una solenne cerimonia, sottolinea l’ostinata battaglia per un mondo libero da armi nucleari.

All’apparenza sono semi come tanti, invisibili testimoni di una storia che li trascende, ma in realtà provengono da quegli alberi di Hiroshima e Nagasaki che, pur esposti a un calore e a radiazioni oltre ogni immaginazione, non solo sono sopravvissuti, ma hanno continuato a crescere. Questi alberi vengono chiamati Hibakujumoku: un termine giapponese che unisce “hibaku” (bombardato) e “jumoku” (albero), e racchiude in sé un messaggio di resilienza, rinascita e pace. Consegna dei semi, dunque, non solo come gesto simbolico, ma come un ponte verde tra il passato e il futuro.

La delegazione di Hibakusha, giunta a Oslo per assistere alla premiazione del Nobel alla Nihon Hidankyo, ha incontrato i responsabili del giardino botanico dell’ateneo norvegese, consegnando i preziosi semi di ginkgo biloba. Fra i presenti, Sakuma Kunihiko, figura di spicco della comunità di Hiroshima, ha rimarcato l’importanza di crescere assieme – norvegesi e giapponesi – un mondo pacifico e privo della minaccia nucleare. “I semi che mettiamo a dimora a Oslo e quelli che crescono a Hiroshima appartengono alla stessa famiglia,” ha detto Sakuma, “ecco perché spero che da questi alberelli possa germogliare la collaborazione tra i popoli”.

Non è la prima volta che i semi degli Hibakujumoku viaggiano oltre i confini del Giappone. Dal 2011, grazie all’organizzazione Green Legacy Hiroshima, queste piante della memoria vengono distribuite in vari Paesi del mondo, Italia compresa, per sensibilizzare scuole, istituzioni, associazioni e cittadini sull’importanza di un futuro libero dal terrore atomico. In Italia, il PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification) e l’Associazione “Mondo senza Guerre e senza Violenza” promuovono da anni la coltivazione di Hibakujumoku – ginkgo, kaki, ciliegi e molte altre specie – affidandoli a realtà locali impegnate in progetti ambientali, sociali ed educativi. Ad oggi ne sono stati piantati 49, dal Friuli alla Sicilia, capaci di raccontare storie di speranza anche a chi non c’era nel 1945.

La giornata di ieri, 10 dicembre, non ha però celebrato soltanto la forza silenziosa di un seme. A Oslo, è andato in scena il passaggio di testimone più toccante: la Nihon Hidankyo, organizzazione dei sopravvissuti alla bomba atomica, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace 2024. Un riconoscimento al loro incessante lavoro di testimonianza e denuncia, alla scelta di ricordare a tutti quanto accaduto a Hiroshima e Nagasaki per scongiurare che si ripeta. Con il tempo, gli Hibakusha diminuiranno, ma i loro eredi ideali saranno proprio questi alberi, capaci di superare la catastrofe e riabbracciare la vita.

Tra i testimoni diretti di quell’orrore c’è Terumi Tanaka, sopravvissuto al bombardamento di Nagasaki, che a soli 13 anni scampò alla morte ma vide i suoi cari e la sua città dilaniati dal fuoco atomico. In occasione della cerimonia per il Nobel, Tanaka, a nome di Nihon Hidankyo, ha ribadito la necessità di abbandonare per sempre l’idea di deterrenza nucleare. Nelle sue parole, che risuonano come un monito universale, ha detto: “È desiderio sincero degli Hibakusha che, anziché affidarci alla teoria della deterrenza nucleare, non si debba permettere il possesso di alcuna arma nucleare. Provate a immaginare: 4.000 testate, pronte per essere lanciate in qualsiasi momento. Danni centinaia o migliaia di volte superiori a Hiroshima e Nagasaki potrebbero verificarsi all’istante. Chiunque potrebbe diventare vittima o carnefice. Pertanto, chiedo a tutti nel mondo di discutere e di chiedere ai governi di agire”.

Queste parole, pronunciate nel cuore dell’Europa, sembrano quasi un appello drammatico al mondo intero, in un’epoca in cui la minaccia atomica si nasconde tra le pieghe di nuove tensioni internazionali. L’inquietudine per i recenti conflitti e per l’uso indiscriminato della forza oggi trova, negli alberi e nelle storie dei sopravvissuti, un antidoto di consapevolezza. Gli Hibakujumoku, piantati in luoghi lontani dal Giappone, ricordano a tutti quanto sia fragile l’equilibrio in cui viviamo e quanto sia urgente una responsabilità globale per proteggere la vita in ogni sua forma.

Ed è proprio nel solco di questa responsabilità condivisa che la consegna dei semi all’Università di Oslo trova il suo senso più profondo: quegli alberelli cresceranno e, fra qualche anno, saranno testimoni silenziosi, capaci di collegare Hiroshima, Nagasaki, Oslo e il resto del Pianeta in una narrazione comune. Ogni foglia parlerà di un passato da non ripetere, ogni nuova gemma sarà la promessa di un domani libero dalle armi atomiche.

Riccardo Liguori

Fonte: greenme.it