di Francesco Girardi
Ing. ambientale Capannori (LU)
L’ ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - http://www.isprambiente.gov.it/it), in un recente studio,
valuta in 100 ettari giornalieri il quantitativo di superfici libere di nuovo suolo occupato da opere in cemento e asfalto come strade, rotonde, raddoppi autostradali, allargamenti, centri commerciali, nuove edificazioni abusive e non, tanto da raggiungere il 6% dell’intero territorio nazionale ormai impermeabilizzato.
Il rapporto pone la lente d’ingrandimento su un effetto ambientale devastante indotto da questo fenomeno sulle nostre coste che si chiama erosione costiera e dovuto all’avanzamento del mare nell’entroterra costiero (in media valutabile in alcune decine di metri annuali fino a centinaia di metri annuali per i grandi corsi d’acqua).
Questo fenomeno è dovuto principalmente all’escavazione abusiva in alveo di sabbia dal letto e dalle sponde dei fiumi che non riescono più ad apportare materiale sabbioso alle loro foci in quanto questo materiale viene preso dalle imprese di movimentazioni terre e del cemento per costruire.
La sabbia di fiume è particolarmente appetibile per l’industria del cemento e sottratta al fiume, non può più essere affidata dal fiume al mare e dunque depositata dalle correnti marine che operavano un ripascimento naturale delle coste in quanto questo materiale sabbioso non giunge più alla foce.
Si quantificano 30.000 ettari annui fino a punte di 50.000 ettari annuali l’occupazione di nuovo suolo libero con opere in cemento e non si riesce ad arrestare questa vera e propria malattia sociale anche perchè non tutti i Comuni sanno pianificare attività economiche diverse in quanto troppo facilmente possono accedere agli oneri di urbanizzazione per poter far fronte alla gestione delle casse comunali che oggi più di prima, sono sempre più vuote di risorse ordinarie e straordinarie.
Mentre tutta Europa sta rilanciando una pianificazione a livello di bacino idrografico, grazie anche all’applicazione delle direttive comunitarie, l’Italia ha collezionato in questi ultimi anni solo richiami e condanne dalla Commissione europea per non aver preso seriamente in considerazione la legislazione comunitaria in materia di acque.
Interventi di restauro ambientale e ripascimenti vanno promossi con grande cautela, esplorando prima tutte le possibilità. I ripascimenti sono la gioia dei concessionari balneari, che si ritrovano così con molto più spazio per il loro business. Possono però essere molto impattanti, annientando sotto una colata di sabbia ciò che rimane della flora e della fauna autoctone. Gli interventi di restauro ambientale, inoltre, possono risolversi in uno spreco di denaro pubblico se prima non si sono eliminate concretamente e sul serio le cause che hanno generato i fenomeni.
Inutile e grave, dunque, risulta l’ulteriore cementificazione dei corsi d’acqua andando a ricostruire artificialmente l’alveo e le sponde scavate o addirittura ripascere artificialmente con colate di sabbia di mare le coste o le dune anch’esse oggetto di saccheggio.
Interventi spot messi in campo dalle autorità di bacino e dagli enti locali non sono altro che la dimostrazione lampante che gli enti pubblici in Italia non riescono a pianificare o non vogliono farlo assecondando o favorendo logiche mirate a semplici e inutili interventi spot dei quali si avvantaggiano solo le lobbie dei costruttori , dei cementificatori, degli edili, dei balneari, delle imprese di movimento terre.
Ad essi andrebbe proposto e imposto di occuparsi non più, in modo insostenibile per il nostro Ambiente, di nuove realizzazioni inutili e inutilizzabili ormai, ma della riqualificazione architettonica ed energetica dell’esistente creando nuovi e più qualificati e qualificanti posti di lavoro.
La partita dei ripascimenti costieri non risolutivi e pagati con soldi pubblici, poi, particolarmente appetibile da parte di altri grossi privati stretti in lobbie in Italia come quella degli stabilimenti balneari, è da giocare su due livelli :
1) attuazione immediata della Direttiva Bolkestein e delle aste ad evidenza pubblica per favorire la concorrenza tra gestori privati del suolo demaniale con aggiunta di precise direttive volte alla compartecipazione privata alle opere di attuazione delle azioni di ripascimento della costa;
2) pianificazione di bacino di interventi in ignegneria naturalistica che favoriscano il deflusso delle aste fluviali di monte verso quelle di valle e il conseguente ripascimento naturale delle coste tramite l’apporto dalle foci dei fiumi;
3) diffusione e sostegno alle sinergie tra comuni costieri e dell’entro terra al fine di evidenziare il danno dell’indotto della filiera del cemento e blocco delle concessioni di nuova edificazione nei nostri territori incentivando la conversione dei progetti già approvati in bioedilizia con riduzione dell’utilizzo del cemento
4) progressivo e pianificato blocco di concessioni di nuove opere edili con riconversione delle stesse concessioni in permessi e nuove concessioni sostenibili verso opere edili rivolte alle ristrutturazioni e alle riqualificazioni energetiche di edifici esistenti;
5) progressiva eliminazione di scogliere e trasformazione di porti e porticcioli al fine di consentire un maggiore afflusso marino evitando che queste opere pur di risparmiare la spiaggia dall’erosione costiera, rischino di diventare delle vere e proprie celle di erosione chiuse ed anche eutrofizzate.
Fonte: forumselbeta








