Che fine fanno davvero i vestiti che donate?
Hanako Montgomery della CNN ha seguito le tracce degli sprechi della fast fashion americana fino in India, dove vengono riciclati e rivenduti
E dietro tutto questo, un costo umano agghiacciante

A Panipat, nel nord dell’India, le montagne di vestiti sembrano non finire mai. Arrivano ogni giorno da Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e da molti altri Paesi: abiti usati, spesso ancora in buone condizioni, scaricati da camion stracolmi e accumulati nei capannoni della cosiddetta “capitale tessile” indiana.
È qui che la fast fashion conclude il suo viaggio. E quello che sulla carta dovrebbe rappresentare un esempio virtuoso di economia circolare e riciclo nasconde invece una realtà fatta di polvere tossica, sfruttamento e malattie. Lo racconta in un toccante reportage della corrispondente Hanako Montgomery per la CNN.
Dentro gli impianti di riciclo l’aria è pesante. I lavoratori separano i tessuti per colore e materiale, strappano cerniere e bottoni, alimentano enormi macchine che triturano gli abiti trasformandoli in fibre da rigenerare. Quei filati diventeranno poi tappeti, coperte, moquette e nuovi tessuti destinati ancora una volta al mercato globale.
Rajesh, racconta Montgomery, lavora da decenni accanto a una macchina che sminuzza tessuti usati in frammenti minuscoli. La polvere di cotone gli si deposita sul volto, nei capelli, nei polmoni. Tossisce continuamente e spesso fatica a respirare, ma non può fermarsi. Come migliaia di altri migranti arrivati dalle regioni più povere dell’India, dipende da quel lavoro per mantenere la famiglia.
Quando la CNN ha visitato diversi impianti di riciclo a febbraio, nessun operaio indossava mascherine o protezioni adeguate. E i rischi non riguardano solo le fibre tessili. Nei reparti di tintura gli operai maneggiano sostanze chimiche bollenti a mani nude, immersi in vapori tossici e odori acre che saturano ambienti chiusi e soffocanti. Le acque contaminate scorrono in canali aperti attraversando pavimenti macchiati e scivolosi.
Secondo Nitin Arora, presidente dell’associazione delle tintorie di Panipat, le aziende fornirebbero dispositivi di sicurezza, ma sarebbero gli stessi lavoratori a non utilizzarli. Ma i medici che ogni giorno curano gli operai raccontano una realtà molto diversa.
@CNN
Lo pneumologo Bhawani Shankar, dal canto suo, spiega che moltissimi pazienti arrivano con sintomi simili: tosse cronica, affanno, problemi respiratori che peggiorano con il tempo a causa dell’esposizione continua a polveri e sostanze chimiche. Nei casi più gravi si sviluppa fibrosi polmonare, un danno irreversibile ai polmoni. “Respirare quell’aria ogni giorno accorcia inevitabilmente la vita”, afferma il medico. E tutto questo accade in una delle regioni già più inquinate del Pianeta, dove emissioni industriali, traffico e polveri rendono l’aria ancora più tossica.
Il costo nascosto della fast fashion
Ma il prezzo della fast fashion non si paga solo dentro le fabbriche. Gli scarichi provenienti dagli impianti di tintura e sbiancamento finiscono spesso nei canali aperti che attraversano villaggi e terreni agricoli. In alcune aree l’acqua appare colorata dai residui chimici, eppure continua a essere utilizzata per irrigare i campi e per le attività quotidiane.
Un’indagine del 2022 ha rilevato che quasi il 93% delle famiglie della zona ha segnalato seri problemi di salute negli ultimi anni: asma, allergie, malattie della pelle e persino tumori.
Qui non c’è nessuno che non sia stato colpito – racconta il dottor Vikas Sharma, residente in uno dei villaggi vicini. Lui stesso soffre di asma e ricorda che quindici anni fa molte di queste malattie erano molto più rare.
Le autorità indiane hanno disposto alcune chiusure contro impianti accusati di inquinamento illegale, ma secondo diversi esperti i controlli restano insufficienti e molti sistemi di depurazione vengono aggirati. Così gli scarichi tossici finiscono fino al fiume Yamuna, una delle principali fonti idriche dell’India settentrionale.
Panipat è diventata uno degli ingranaggi invisibili del sistema della fast fashion globale. Un luogo dove i vestiti che consumiamo troppo in fretta vengono “rigenerati” e rimessi sul mercato. Ma dietro quella seconda vita degli abiti esiste una realtà che raramente vediamo: quella di uomini e donne che pagano con la salute, e spesso con la propria vita, il costo nascosto dei nostri consumi.
Articolo a firma: Germana Carillo
Fonte: greenme








