Featured

Ossa e scarti di pollo: ecco come stanno nutrendo i salmoni d’allevamento (ma non lo leggerai nelle etichette)

Sempre più produttori europei di salmone stanno introducendo proteine derivate dal pollo nei mangimi, anche per far fronte al caro-pesce e alla scarsità di materie prime. Una scelta che riapre il dibattito sulla sostenibilità degli allevamenti e sulla trasparenza per chi acquista

Indice

  • Perché il salmone viene alimentato con il pollo
  • El Niño e la crisi delle materie prime per i mangimi
  • Quali aziende hanno scelto i mangimi a base di pollo
  • Il consumatore può sapere come è stato nutrito il salmone?

Il salmone è uno dei pesci più presenti sulle nostre tavole, ma forse non tutti sanno che cosa mangia prima di arrivare sugli scaffali di supermercati e pescherie. Negli allevamenti, la sua alimentazione si basa su mangimi formulati con diversi ingredienti, tra cui farine e oli ricavati da pesci selvatici. Un sistema che oggi deve però fare i conti con una disponibilità più limitata di queste materie prime e con prezzi in forte aumento.

È in questo contesto che entra in gioco il pollo. Alcuni grandi produttori europei di salmone hanno infatti iniziato a utilizzare, o stanno valutando di introdurre, nei mangimi proteine ottenute dalla lavorazione di sottoprodotti dell’industria avicola. Una scelta dettata soprattutto dalla necessità di contenere i costi e trovare alternative al pesce selvatico, la cui disponibilità risente anche delle difficoltà della pesca nel Pacifico e delle condizioni climatiche associate a El Niño.

A ricostruire questa tendenza è un’inchiesta del Financial Times, che racconta come stiano cambiando le strategie di alcune importanti aziende del settore.

Perché il salmone viene alimentato con il pollo

Per capire la scelta bisogna partire da cosa mangiano normalmente i salmoni allevati. Essendo pesci carnivori, hanno bisogno di mangimi ricchi di proteine e grassi, formulati per garantire crescita e sviluppo. Tra gli ingredienti utilizzati figurano la farina e l’olio di pesce, ricavati da specie selvatiche, spesso piccoli pesci pelagici come acciughe e sardine, oppure da sottoprodotti della lavorazione del pesce destinato al consumo umano.

Queste materie prime, però, non sono disponibili in quantità illimitate e il loro prezzo dipende dalle catture, dalle condizioni ambientali e dalla domanda del mercato. Il costo della farina di pesce è quasi raddoppiato nell’arco di due anni, anche per la riduzione delle disponibilità e per la crescente domanda proveniente dalla Cina. Gli ingredienti derivati dal pollame possono invece costare meno della metà per tonnellata, il che li rende particolarmente interessanti per le aziende che devono produrre grandi quantità di mangime.

Non si tratta, ovviamente, di somministrare ai salmoni pezzi di pollo come faremmo in cucina. Si utilizzano ingredienti ottenuti dalla lavorazione di sottoprodotti avicoli, come ossa, fegato e altre parti non destinate al consumo umano, trasformati in materie prime adatte alla produzione dei mangimi. Non tutte le parti dell’animale sono ammesse: l’impiego è regolamentato e sottoposto a specifici requisiti sanitari.

La pratica non è nuova a livello internazionale: in Paesi come il Cile e il Canada questi ingredienti vengono utilizzati da tempo. In Europa, invece, il ricorso a proteine derivate dal pollame negli allevamenti di salmone è più controverso, anche per le perplessità dei consumatori. Del resto, l’idea di allevare un pesce carnivoro come il salmone utilizzando sottoprodotti di un altro animale è difficile da accettare e fa riflettere sul modello stesso di acquacoltura che stiamo portando avanti. Una scelta che può essere conveniente per le aziende, ma che lascia più di un dubbio su quanto sia sostenibile e accettabile questa filiera.

El Niño e la crisi delle materie prime per i mangimi

A rendere più urgente la ricerca di alternative è anche la situazione della pesca, in particolare quella dell’acciuga peruviana, una specie fondamentale per la produzione mondiale di farina e olio di pesce.

Il fenomeno climatico El Niño provoca un riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico orientale e può indebolire la risalita delle acque profonde, più fredde e ricche di nutrienti. Questo altera gli equilibri dell’ecosistema marino e può rendere le acciughe meno disponibili per la pesca, perché si spostano, si distribuiscono diversamente o diminuiscono nelle aree abitualmente sfruttate.

La FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ha segnalato nel 2026 una riduzione delle forniture mondiali di farina e olio di pesce associata alle condizioni di El Niño lungo le coste peruviane. Alla pressione climatica si aggiungono quote di pesca più basse in Perù e Cile e una domanda sostenuta da parte dei settori dell’acquacoltura e di altri comparti industriali.

Non è dunque soltanto una questione di disponibilità di pesce, ma anche di convenienza economica. Quando una materia prima diventa più rara e costosa, i produttori cercano ingredienti alternativi che garantiscano un apporto nutrizionale adeguato a un prezzo inferiore. Per gli allevatori di salmone, i sottoprodotti avicoli rappresentano proprio una delle possibilità disponibili.

Il ricorso a queste proteine potrebbe inoltre contribuire a ridurre la dipendenza dai pesci selvatici utilizzati per produrre mangimi.

Quali aziende hanno scelto i mangimi a base di pollo

Nell’inchiesta del Financial Times vengono citati alcuni dei principali produttori europei di salmone. La norvegese Lerøy Seafood Group ha dichiarato di aver introdotto sottoprodotti avicoli nei mangimi utilizzati in tutti i suoi allevamenti offshore. Mowi, uno dei maggiori operatori mondiali del settore, starebbe invece preparando l’introduzione di ingredienti derivati dal pollame nei propri allevamenti in Norvegia e Scozia.

Anche Grieg Seafood avrebbe già introdotto farina e olio di pollo nel corso dell’estate, mentre SalMar avrebbe iniziato a sperimentare questi ingredienti nei mangimi nei primi mesi dell’anno.

La scelta incontra però un ostacolo importante nella distribuzione commerciale. Alcune catene di supermercati britanniche hanno adottato restrizioni sull’impiego di proteine avicole nei mangimi destinati ai salmoni che vendono con il proprio marchio. Il tema resta delicato perché una parte dei consumatori non condivide questa pratica, soprattutto per ragioni etiche, ambientali o legate alle proprie aspettative su come dovrebbe essere allevato il pesce.

Il consumatore può sapere come è stato nutrito il salmone?

C’è infine una questione che riguarda direttamente chi acquista il salmone al supermercato. La composizione dei mangimi non coincide con quella del prodotto alimentare venduto al pubblico e, secondo quanto riportato dal Financial Times, le norme attuali non impongono di indicare sulla confezione del pesce gli ingredienti utilizzati per nutrirlo.

Questo significa che il consumatore potrebbe non sapere se il salmone acquistato è stato alimentato esclusivamente con ingredienti marini oppure anche con proteine derivate dal pollame. Ancora una volta si pone il problema di quanto chi acquista sia realmente messo nelle condizioni di conoscere ciò che porta in tavola.

Sapere che cosa mangia il salmone non è un dettaglio da poco. Anche se l’impiego di sottoprodotti avicoli non significa automaticamente che il pesce sia meno sicuro o nutrizionalmente peggiore, i consumatori hanno il diritto di conoscere le pratiche adottate negli allevamenti. Perché poter scegliere davvero significa anche avere la possibilità di decidere se acquistare un prodotto ottenuto in questo modo oppure no.

Fonte: Financial Times

Articolo a Firma: Francesca Biagioli

Fonte: greenme